La Semina.

 

Prima di descrivere il metodo che utilizzo, vorrei premettere dicendo che il vero maestro di ogni cosa è l’esperienza. Non prendete quindi tutto per oro colato, o meglio, gli stessi risultati possono essere raggiunti in molti altri modi. Considerate quindi questo come un diario scritto e riscritto tentativo dopo tentativo, utile soprattutto per chi vuole seminare a luce artificiale e che, come me, condivide la passione sfrenata delle Cacteae, in primis degli Echinocactus.

I vantaggi della semina a luce artificiale sono molteplici: prima di tutto si guadagnano alcuni mesi e le plantule arrivano ai primi caldi già grandicelle e non di meno c’è il piacere di poterle seguire comodamente in casa in un periodo in cui le altre attività sono ferme. La semina a luce artificiale può essere iniziata in qualunque momento dell’anno, ma i tentativi con successo maggiore sono arrivati da semine eseguite tra fine dicembre e marzo.

Prima di tutto, qualche nota sulla seminiera. La seminiera che ho costruito è fatta di compensato di 1 cm di spessore ed e praticamente uno scatolone di circa 40 cm di altezza, 45 cm di profondità e 85 cm di lunghezza. All’interno tutte le superfici sono ricoperte da polistirolo di 2-3 cm per trattenere il calore generato dai neon. A sua volta il polistirolo è ricoperto da una pellicola adesiva riflettente in modo da aumentare la luminosità prodotta. Poca luce provocherebbe la crescita stentata delle plantule; ne è un campanello d’allarme la crescita allungata (eziolamento) invece che compatta. Ovviamente le dimensioni sono a piacere in funzione dello spazio che avete a disposizione… ho visto utilizzati anche ex armadi ad una anta stesi in orizzontale!

L’anta di apertura ha un riquadro coperto con del plexiglas per permettere di controllare senza dover aprire.

Alcuni installano anche una ventola, un cavo riscaldante e lampadine per aumentare la temperatura ma io non l’ho mai fatto e non ho avuto problemi. Anzi, sull’anta opposta a quella di apertura avevo praticato dei fori per l’areazione che poi ho prontamente tappato perché non facevano salire la temperatura: la cosa non ha provocato alcun scompenso. E comunque il ricircolo dell’aria è garantito dalle fessure e da… me che ogni sera, a lampade spente, smonto il pannello per far calare bene la temperatura!

Il porta lampade deve essere doppio in quanto deve alloggiare due tubi da 60cm (18Watt): uno a radiazioni blu/verde ed un altro a radiazioni arancio/rosso.

Per molto tempo ho utilizzato con buoni risultati una lampada Osram tipo L18W/77 Fluora ed una lampada Osram L18W/11-860 Luminux plus. Poi ho sostituito la Fluora con la Sylvania Gro-Lux che, a quanto pare, ha un migliore spettro del rosso e del rosso lontano (attivatori della germinazione).

http://www.gapnapoli.org/dolce/articoli/luce/Fig.%2013%20-%20Osram%2011-860%20spectrum.jpg http://www.gafonline.it/gafonline/articoli/camera/Spettri/grolux.gif

Il reattore deve essere installato all’interno per favorire l’aumento della temperatura.

Si consiglia di cambiare i neon quando iniziano a consumarsi (diventano neri alle estremità).

Si consiglia, inoltre, di installare un riflettore per aumentare e direzionare i raggi verso il letto di semina. Costruirne uno è molto semplice: prendere un vassoio da forno in alluminio, piegarla a V e spillare nella parte interna un foglio riflettente; quindi, installare il riflettore tra lampada e portalampada.

All’interno inserisco anche un termometro che sia visibile da fuori per controllare che tutto proceda a dovere.

Immagine(Versione senza riflettore)

Ora, prima di passare al procedimento di semina è importante chiedersi cosa si vuole seminare. Sembra una domanda banale ma provate a seminare uno Strombocactus nello stesso vasetto con Ferocactus e poi ve ne renderete conto! Ogni genere ha delle determinate caratteristiche ed esige pratiche colturali precise in termini di temperatura, umidità, tipo di composta, modalità di germinazione, ecc. e molte di queste esigenze si scoprono solo passando alla pratica.

A sinistra: Strombocactus disciformis, forse incrocio riuscito con Lophophora williamsii. 5 settimane.

A destra: Ferocactus cylindraceus v. tortulispinus, 5 settimane (stessa data di semina dello Strombocactus di cui sopra).

 

Ma veniamo alle varie fasi della semina.

Preparo una composta unica per quasi tutti i generi, fatta di pomice fina (1/3), lapillo fino (1/3) e terra di campo setacciata (1/3). Aggiungo un po' di carbonella che, a quanto pare, inibisce la parte organica. La terra migliore è quella di campo, quella arata di superficie, ripulita di ogni traccia di residuo organico. In generale maggiore sarà la percentuale di sostanza organica maggiore è il rischio di malattie.

Alcune specie (ad es. l’Echinocactus polycephalus e l’E. horizonthalonius) preferiscono una composta magra, altrimenti, le plantule una volta nate rischierebbero facilmente di marcire. Ho raggiunto ottimi risultati con una composta mista di zeolite (1/2), pomice (1/4) e lapillo (1/4).

Preparo due fagotti in carta argentata ognuno con una diversa granulometria di inerte, ma tutti contenenti comunque la stessa percentuale di terra (se presente). La granulometria, infatti deve essere via via più piccola man mano che riempiamo i vasetti fino ad avere, in superficie, granelli di massimo 2-3 mm. Non uso sabbia perché o trattiene troppo l’umido, o perché se si secca in superficie crea una crosta letale. Non uso nemmeno la torba che una volta asciutta fatica a inumidirsi di nuovo e comunque è facilmente attaccabile dalle alghe.

Inforno tutto a 250 gradi C per 30 minuti o più (meglio abbondare). Altri infornano a 70-80 gradi per più di un’ora perché così sopravvivrebbero dei batteri utili; ho provato e preferisco il primo metodo. Poi lascio raffreddare bene.

La sterilizzazione, pur non essendo sempre necessaria, è una fase a mio modo di vedere molto importante in quanto la maggior parte delle perdite proviene da muffe, funghi, alghe, e larve di mosca sciara che divorano i germogli. Poi preparo i vasetti che devono essere nuovi o al massimo perfettamente puliti e disinfettati con Lisoform o altro.

I vasetti adatti ad una seminiera devono essere possibilmente quadrati, circa 5x5x5 con foro sul fondo. Oppure esistono dei contenitori di plastica già predisposti con sei scomparti (vedi foto seguente). Talvolta si possono utilizzare altri contenitori più ampi, ma bisogna far attenzione a separare bene con delle strisce di plastica i vari settori di semina per non rischiare che i semi, per qualsiasi motivo, possano invadere altri settori (sconsiglio questo metodo). Tenete conto che in un vasetto delle dimensioni indicate posso essere seminati dai 20 ai 50 semi e più. Il tutto dipende dalle dimensioni tipiche del genere in giovane età e da quanto tempo dovranno trascorrere in quel substrato prima di poter essere travasate.

Vassoio argentato contenente 2 contenitori da semina da sei settori ciascuno.

I vasetti vengono riempiti della composta sterilizzata facendo attenzione a riempire prima con il fagotto a granulometria più grossa e poi quella più fina. Successivamente metto i vasetti nelle teglie da forno in alluminio a fare da sottovaso (il vantaggio è che costano poco e sono malleabili). Infine, riassetto la superficie e la livello per predisporla ad accogliere i semi. Annaffio la prima volta con acqua piovana pulita e fungicida Previcur (3-4 gocce per mezzo litro, agitare bene). Lascio così per almeno due giorni. Questa fase è importante perché il seme ha modo di assorbire l’acqua piovana (che è un altro importante attivatore della germinazione) e idratarsi. L’uso dell’acqua piovana è consigliato per i primi mesi di vita delle plantule in quanto, l’acqua del rubinetto può contenere tanto calcio da incrostare i peletti radicali delle plantule, impedendo l’assorbimento delle sostanze vitali.

Anche i semi dovrebbero essere disinfettati. In primo luogo, se raccolti da proprie piante madri, vanno ripuliti per bene eliminando tutti i residui organici. Per disinfettare c’è chi usa un cucchiaio di varechina in soluzione in un bicchiere d’acqua e vi immerge i semi per qualche minuto. Per alcuni Generi, la scarificazione in acido è di per se un disinfettante. La disinfezione dei semi è fondamentale soprattutto in un ambiente in cui la composta è stata sterilizzata. Se, infatti, poniamo dei semi non disinfettati in ambiente sterilizzato, i nemici avranno campo libero e saranno guai!

Intanto preparo i cartellini di plastica (anche questi devono essere nuovi e se già utilizzati devono essere disinfettati) riportando a matita tutti i dati relativi ai semi.

Le modalità di semina variano da genere a genere. Spesso i semi vanno “invogliati” o “facilitati” attraverso delle tecniche: la scarificazione e la stratificazione sono due tecniche che permettono appunto di aumentare la percentuale di germinabilità di alcuni semi. 

Per scarificazione si intende quella tecnica che, tramite la rottura del tegumento del seme, consente all’umidità di entrare e innescare la nascita della plantula. Questa tecnica è utile soprattutto per l’Echinocactus horizonthalonius e per l’Echinocactus polycephalus che presentano un seme molto duro.

Seme E. horizonthalonius

Esistono molte tecniche che vanno dall’incisione con un taglierino o l’abrasione con carta vetrata fina al più efficace uso dell’acido solforico. Negli anni ho provato tutti i metodi ma quello dell’acido garantisce i risultati migliori e permette di seminare grandi quantità di semi con dati di località differenti. Attenzione però che l’uso di acidi è pericoloso e dovrete operare in massima sicurezza e lontano dai bambini! Massima concentrazione.

Prima di tutto è necessario procurarsi l’acido. Se volete risparmiare cercate l’idraulico liquido (non gel). Leggete la composizione chimica perché alcuni sono a base di soda caustica invece che acido solforico. L’acido deve essere in concentrazione 95-98%. Comperate un infusore da tè (da Ikea costa meno di 2euro):

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Preparare un barattolo di vetro con dentro l’acido e una pentola d’acciaio piena d’acqua. Regolate il livello di acido in modo tale che vi si possa immergere per intero la sfera dell’infusore. Inserite l’infusore con dentro i semi. Ora tenete presente che, personalmente, semino Echinocactus horizonthalonius ed Echinocactus polycephalus e quindi conosco i tempi di scarificazione di queste due specie. Per la prima specie, bastano circa 8 minuti mentre, per il secondo ne bastano 6. Altri Generi potrebbero richiedere tempi differenti.

Trascorso il tempo di scarificazione, scolate bene il diffusore dall’acido e immergetelo nella pentola, mescolate bene, fate scolare tutta l’acqua e quindi aprite il diffusore su un panno spesso, aiutandovi con delle pinzette per far cadere tutti i semi. Fate attenzione che l’acido a contatto con l’acqua sviluppa molto calore e fumi! Quindi scolate sempre bene l’acido.

Ripeto sempre, fate in modo di essere soli e concentrati!

Se si usa il metodo del taglierino, basta tenere il seme con un dito, coricato esattamente nel modo che vedete nella figura sopra; poi, dare un colpetto con la punta del taglierino in prossimità dell’ilo che è esattamente dove il seme fa la conchetta (non dalla parte più appuntita). Quella zona, infatti, solitamente è vuota, quindi il passaggio superficiale della lama non danneggia i tessuti interni. Se si usa la carta vetrata fina, basta fare attenzione a non arrivare ai tessuti, lasciare quindi uno strato di tegumento. Questi due metodi non danno comunque risultati paragonabili con quelli ottenibili con l’acido solforico.

Semina 3 settimane di E. horizonthalonius

Per stratificazione si intende invece quel procedimento che ha lo scopo di indurre i semi a “trascorrere” un inverno artificiale, una volta trascorso il quale si attiva la capacità germinativa.

Premetto che ogni volta che semino in inverno, seleziono uno o più mesi prima i generi da seminare, li chiudo in un sacchetto di plastica e li espongo all’esterno in modo tale che subiscano i primi rigori dell’inverno e memorizzino lo scarto di temperatura tra giorno e notte.

Altri semi, invece, come ad esempio quelli di Sclerocactus e Pediocactus, necessitano di cicli giornalieri di congelamento e scongelamento per almeno 15 giorni e poi messi in seminiera con temperature minime di 10-15 gradi e massime di 35-40 gradi. Chi vive in luoghi con gelate frequenti in inverno, può seminare e lasciare i vasetti all’aperto per poi metterli in seminiera verso marzo. Per questi semi si consiglia di associare anche la scarificazione.

Per le semine di Astrophytum, Ariocarpus, Coryphantha, Epithelantha, Ferocactus, Mammillaria, Thelocactus, Turbinicarpus ed altri non uso particolari accorgimenti, a parte l’esposizione dei semi all’esterno come sopra esposto.

Per ricoprire i semi più grossi, spargo un po’ di composta fine disinfettata che avevo tenuto da parte in uno dei fagotti, o faccio dei solchetti nella terra, inserisco i semi e poi ricopro delicatamente senza schiacciare. Per i semi più piccoli non ricopro affatto ma li spargo semplicemente (semi più piccoli e a crescita lenta, tipo Aztekium, Geohintonia e Strombocactus). I semi più piccoli si assestano da soli tra la graniglia.

A questo punto prendo i sacchetti tipo Cuki gelo nuovi; questo metodo mi permette di mantenere i vasetti in condizione di costante umidità. Poi inserisco le teglie con dentro i vasi e infilo il tutto in seminiera con cicli di 14-15 ore ad accensione programmata diurna (grazie ad un timer regolabile). La sera, una volta che le lampade si spengono, aprite il portello e fate circolare l’aria: in questo modo la temperatura calerà molto. Alcuni Generi, infatti, necessitano di un certo sbalzo termico tra giorno e notte. La mattina successiva, ad accensione delle lampade, richiudete il tutto.

Preferibilmente i vasetti devono stare a 20-25 cm dalla fonte luminosa. La temperatura della seminiera va dai 15-18C di minima ai 30-35C di massima a seconda dei Generi.

Dopo una settimana inizia la germinazione che solitamente si conclude nelle due settimane successive; poi può nascere ancora qualcosa ma è residuo. Può accadere che alcuni semi, soprattutto quelli che necessitano di scarificazione e/o stratificazione non nascano affatto o nascano molto tempo dopo. Ci sono casi di semi germinati anche dopo due anni, quindi si consiglia di non disfare il vasetto e ritentare la stagione successiva.

Per prassi, consiglio di dare una occhiata ogni giorno, controllando che le piantine crescano bene, siano sane e di colore verde o leggermente verde-rosso, che non si formino filamenti o patine sulla superficie o peggio, che appaiano larve o altri insetti. Se applicate scrupolosamente gli accorgimenti che ho elencato, non si dovrebbe presentare nessun problema.

Alla fine del primo mese apro i sacchetti e controllo che sia tutto a posto e con le pinzette aggiusto le plantule coricate o la cui radichetta non trova spazio tra le altre plantule ammassate. A questo punto lascio i sacchetti aperti, quindi faccio progressivamente diminuire il tasso di umidità fino ad avere una secca relativa (se la composta si seccasse completamente, le radichette fragili verrebbero strappate). Siamo circa alla quinta settimana, tolgo definitivamente i sacchetti (le prime spinette sono uscite) e annaffio la seconda volta sempre con acqua piovana pulita e Previcur e sempre dal basso. Da questo momento in poi iniziano cicli di annaffiatura regolari, sempre stando attento a non lasciare acqua nel fondo. Annaffio sempre dal basso per stimolare le radici ad andare giù. La terza annaffiata (sesta settimana) è possibile aggiungere un po' di sali minerali con basso tenore di azoto. A questo punto resta da controllare solo le piantine a crescita lenta (Aztekium, Geohintonia e Strombocactus) per le quali annaffio più abbondantemente per tenere sempre umido ma, sebbene molti lo facciano, non mantengo il sacchetto; questo accorgimento mi evita l'insorgere di eventuali muffe ed alghe letali per queste “capocchiette di spillo”.

A primavera inoltrata, porto le semine in serra, dove posiziono il tutto a terra sotto i bancali in modo che non arrivi il sole ma solo luce indiretta, altrimenti si brucerebbero subito. E’ probabile che il colore delle plantule virerà al rosso per effetto del sole. La prima estate quindi la trascorrono così, riparate dal sole e dalle intemperie e  irrigando con una frequenza settimanale, somministrando fungicida e sali minerali ogni tanto. Il primo inverno lo trascorrono nella stessa posizione con due accorgimenti: man mano che passano i mesi le sposto in posizione tale che possano prendere un po’ di sole filtrato (è sufficiente sporcare di calce  i vetri della serra). Sospendo le annaffiature da metà dicembre a metà marzo. Ovviamente è preferibile che le temperature non scendano sottozero: si consiglia di prassi di tenere sotto controllo il meteo (vedi sezione meteo sul sito). Per i generi a crescita lentissima, bisogna stare attenti al sole (da evitare) e alle secche estive e se necessario ripristinare condizioni di umidità (magari con un sacchetto grande e bucherellato); il primo inverno, sarebbe meglio che non prendessero freddo.

Il primo trapianto può avvenire dopo un anno o anche due o tre, dipende dal genere, comunque, non è un problema e anche se stanno tutte strette strette non ne soffriranno. Per l’Echinocactus polycephalus e l’E. horizonthalonius è necessario che trascorrano almeno tre anni prima del primo travaso. Vale la regola delle piante adulte: dapprima svasare e separare ciascuna plantula, poi sarebbe meglio aspettare qualche giorno oppure rinvasare in composta asciutta e aspettare almeno una settimana per bagnare. Alcuni generi, soffrono molto il primo rinvaso giovanile (Ariocarpus) ed è quindi meglio aspettare almeno due o tre anni. E’ del tutto naturale comunque, perdere qualche plantula nei vari passaggi, non bisogna abbattersi ma capire perché ciò è accaduto e quali rimedi apportare al metodo.

E. texensis 5 settimane.

 

Alla fine, ci vuole un po’ di pazienza ma la soddisfazione è tantissima. Se avete problemi di semina non esitate a contattarmi, magari vi posso dare una mano.

Buona semina a tutti!

 Semine di E. horizonthalonius (foto in alto) e E. polycephalus (foto in basso)

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